mercoledì 14 luglio 2010

Una piccola storia di vita sospesa

Bisogna provare a raccontarla questa storia, di una vita sospesa. Bisogna farlo prima che vada perduta.

Questa storia la narra ora, fievole, l'assenza della persona che l'ha resa viva.

Me la ricordo, mi ricordo la sua presenza immobile, quando sono arrivato in paese, pochi anni fa, quando venivo a conoscere le sue strade e la casa che sarebbe stata mia. Era una anziana donna, di primo acchitto non quel che si dice una simpatica vecchietta, lo sguardo fisso ora attento ora vacuo, la sua smorfia amara, che però sapeva sciogliersi per la bimba piccola che avevo in braccio.

Più volte ho colto quel sorriso e quasi sempre rivolto ad un bambino o ad un altro, quasi mai per altri, neppure verso ragazzi appena più grandi.

Ebbi poi modo di comprendere il perché.

Il mio rapporto con lei si limitava ad uno sguardo e ad un saluto ad ogni mio transito mentre andavo o venivo da casa. La incontravo sempre nello stesso punto, nel suo angolo vicino all'uscio della sua casa, in secondo piano, appena nascosto alla piazzetta di passaggio.
Nelle giornate troppo fredde o troppo calde guardava fisso da dietro al vetro della porta di casa, mirando lo scorcio che le case e i muri prospicienti alla piazzetta consentivano.

Dunque, per me non era molto di più della sua presenza dimessa.

Era bellissimo il suo angolo, un tripudio di fiori che lei curava come se fosse un quadro e quell'attenzione solo un modo per dipingere, ma non ostentato per sua stessa natura.
Ancora ora, mentre scrivo, un passante che attraversi la piazzetta, potrebbe capire la bellezza di quell'angolo solo se, visto lo sprazzo di colore provenire dalla viuzza, si affacci oltre la soglia entrando in quel secondo piano.

Le voci del paese non tardarono a farmi arrivare la sua storia, anche senza una domanda specifica da parte mia. Aveva un figlio, un ragazzino, e per lui era già in costruzione un piccolo palazzetto in tufo, come si usa nella zona.
Il fabbricato cresceva piano, come le possibilità permettevano. Il figlio morì mentre giocava col pallone, schiacciato sotto un enorme masso di tufo che si staccò dalla roccia.

La costruzione del palazzetto si fermò in quell'istante e le fila dei mattoni non andarono oltre il garage. Quell'incompiuto divenne incedibile e ancora oggi è lì. Per la madre, insopportabile divenne il rimbalzo di ogni pallone e l'euforia di ogni ragazzo.

Il tempo fu sospeso nonostante i giorni, gli anni, il sole e la pioggia.

Restano quelle pietre, testimoni impassibili di un tempo trascorso inutilmente.

Ora il tempo ha ripreso a scorrere, accelerato, tutto a tratto, come a riprendere gli istanti perduti. Forse si udrà il suono del rimbalzo di qualche pallone. Qualcuno reclamerà quella terra, quelle pietre e completerà quello che non poteva essere portato a termine. Forse i fiori appassiranno o forse qualcuno li curerà come fossero la sua memoria.

A volte ci sono vite delicate, che nascondono un senso di poesia, tragica, ma pur sempre poesia.

Credo che valesse la pena parlare di come il tempo possa essere sospeso e di come possa riguadagnare tutto in una indifferente accelerazione.

E la pietra, la pietra che sa essere tutto: progetto, speranza, disperazione tragedia, testimonianza. E poi diventare di nuovo indifferente.

3 commenti:

Miriam Marino ha detto...

Ho letto il racconto, è molto delicato e poetico. Mi piace
miriam

Anonimo ha detto...

Ho letto il racconto, è molto delicato e poetico. Mi piace
miriam

Gianluca Arena ha detto...

Grazie Myriam,
il tuo parere di scrittrice è importante per me.